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Borghi Ragusani e la sua gastronomia

La nostra giornata inizierà con una colazione in uno dei bar di Giarratana,uno dei più piccoli centri abitati della provincia di Ragusa,  che conta circa 3000 abitanti.
Denominata “Perla degli Iblei” si estende in modo ordinato e armonico, quasi incastonata tra monti e piani.
Il suo territorio, prevalentemente montuoso e di forma allungata in direzione nord-ovest/sud-est e assai irregolare, costituito da vulcaniti e da rocce sedimentarie, si estende, per circa 46 kilometri quadrati, dalle pendici del Monte Lauro (un antico vulcano attivo più di 1,8 milioni di anni fa) fino ai pressi della diga di Santa Rosalia.

Giarratana vanta origini molto antiche.  Alcuni ritengono che la sua progenitrice sia da ricercare nell’antica Casmene, città greca, fondata nel 644 a.C,  da  Siracusa sul Monte Casale e  che, assieme ad Acrai e a Camarina, costituiva una delle tre roccaforti per la difesa delle coste della Sicilia orientale.

Le prime notizie storiche di Giarratana  risalgono alla dominazione sveva nel 1195, quando il re Enrico IV di Svevia concesse la terra di Giarratana al marchese Rinaldo  Acquaviva.
Successivamente a Giarratana si susseguirono  diverse famiglie di  baroni, principi e  marchesi,   la più importante in ordine di presenza temporale, una famiglia  originaria di Pisa,  I Settimo.
Il nome Giarratana deriva da Cerretanum dal latino cerrus, ossia quercia per i numerosi boschi di querce presenti nel territorio più montano,  ma nei secoli successivi per assonanza fonetica il nome si trasformò in Giarratana.

La cittadina è ben tagliata, con vie diritte e ampie che dal piano salgono fino alla parte più alta, “u cuozzu” dove si trova l’attuale centro storico che  costituisce il cuore storico per eccellenza, custodisce la memoria atavica degli abitanti e viene presentato come un prezioso incunabolo ai visitatori attraverso il Museo a Cielo Aperto, diario vivente degli usi, costumi e tradizioni del popolo giarratanese, anche grazie alla assoluta fedeltà nella riproduzione degli ambienti tradizionali che possono realmente essere “rivissuti” dai visitatori e grazie all’ utilizzo di autentici utensili, suppellettili e costumi d’epoca, ufficialmente censiti e catalogati dalla Sovrintendenza ai beni culturali.
“Il Museo a Cielo Aperto” a comprova della straordinaria peculiarità che caratterizza il sito, ha ricevuto la prestigiosa denominazione (e relativo vincolo) di bene demo-etno-antropologico Ibleo da parte della Soprintendenza ai beni culturali su istruttoria del Centro Internazionale di etno-storia.
Non meno preziose sono le Chiese che sovrastano il centro urbano di Giarratana: la chiesa di S. Antonio Abate, tipicamente barocca, con il prezioso pavimento di pietra asfaltica e ceramiche originali del XVIII secolo, nonché i pregiati stucchi in oro zecchino; la Chiesa di S. Bartolomeo, anch’ essa di stile barocco, luminosa di marmi,  ricca di motivi floreali in stucco e di pregevoli affreschi; ed infine la Chiesa Madre – Maria SS. Annunziata e S. Giuseppe, con facciata neoclassica, pianta basilicale a croce latina, con un interno semplice ed austero e la Chiesetta della Madonna delle Grazie piccola architettura neo classica sita all’ingresso del paese lato est.

Tra le specialità gastronomiche troviamo il Torrone bianco, un prodotto tipico della cucina giarratanese. Il torrone è fatto di materie prime selezionate, le mandorle e il miele più fine, che composti insieme rendono il gusto tipico di questo torrone, bianco come la cipolla. Nessun conservante e aroma naturale, ma solo tutto il sapore del miele e delle mandorle locali. Nelle tavole calde e nei ristoranti si trova cucinata la Cipolla di Giarratana, prodotto tipico, secondo una miriade di ricette tradizionali; in agrodolce, oppure semplicemente arrostita con l’olio extra vergine d’oliva, per esaltarne al massimo tutto il gusto.

Ci sposteremo a Monterosso territorio abitato da popolazioni sicule. L’ipogeo di Calaforno è stato inilzialmente usato come luogo di sepoltura, poi come luogo di abitazione e, nel periodo romano come luogo di rifugio dei cristiani. Queste popolazioni in seguito alle incursioni dei greci si ritirarono sui monti interni, dando vita ad altri centri.

Non abbiamo documenti che risalgono al periodo greco-romano. In una zona situata sulla strada Vizzini-Monterosso si trovano le grotte dei Santi con alcuni affreschi bizantini, che sono state abitate nel periodo delle persecuzioni cristiane. Nel 1168 il paese appartenne a Goffredo figlio del Conte Ruggero. Già il paese aveva una fisionomia e un certo numero di abitanti e prese il nome di Monte Jahalmo. Successivamente il paese appartenne al conte Enrico Rosso che costruì un castello presso la contrada Casale del quale si è persa ogni traccia. In seguito alle nozze di Enrico con la figlia di Federico Chiaramonte, il paese entra a far parte della Contea di Modica e in questo periodo prende il nome di Monterosso. Dopo la caduta dei Chiaramonte, intorno all’anno 1393, la contea, e quindi, anche Monterosso passò in mano di Bernardo Cabrera. Il Cabrera, assetato di potere, portò il paese alla rovina, dopo che fallite le sue ambizioni di ottenere la corona di Sicilia fu costretto a pagare un forte debito vendendo il paese. In seguito, nel 1508, il paese fu ricomprato dagli eredi del Cabrera, i quali vi costruirono due castelli. L’11 gennaio del 1693 anche Monterosso fu colpito dal tremendo terremoto che distrusse la Sicilia orientale, vi furono circa 200 morti e solo pochi ruderi rimasero quali la cappella di S.Antonio, il Mulino Vecchio. Da allora il paese è stato ricostruito sempre più in cima al monte, assumendo l’attuale topografia.

La cucina monterossana merita un grande tributo, semplice e gustosa, ma soprattutto genuina poiché utilizza a seconda delle stagioni i prodotti locali.

Tipici sono i deliziosi dolci alle mandorle, “i marmarati”, “i maretti” fatti soltanto di mandorle, “i totò” che oltre alle mandorle contengono il cioccolato e il torrone con aggiunti miele e zucchero.

Presso i panifici e biscottifici locali è possibile gustare anche altri squisiti biscotti, come “i viscotta  scaurati” (bolliti), “i giammelli” (ciambelle con le uova), gli squisiti e i biscotti al latte per una buona colazione.

Il pane è la specialità di Monterosso, a pasta dura o “u scacciuni” che diventa esaltante se, ancora caldo, lo si inzuppa con olio, aromatizzato con origano e col “cappuliatu”, pomodoro essiccato al sole. Ci sono anche i pani per le ricorrenze speciali, a forma di seno per la festa di Sant’Agata, di occhi per quella di Santa Lucia o “i cannarozza” per quella di San Biagio a forma di trachea.

Dal territorio provengono i funghi, altra specialità di questo paese di montagna, soprattutto i pleurotos o “fungi ri panicauru” da gustare presso i ristoranti locali.

Da non dimenticare l’eccellente miele di zagare, di satra (timo selvatico), millefiori e le ottime confetture di marmellate, specie di mele cotogne e la mostarda preparata con il mosto di vino.

Nel pomeriggio ci sposteremo a Chiaramonte Gulfi. Comune d’Europa, gemellato con la cittadina francese di Clermont sull’oise, immerso nel verde di una freschissima pineta, attrezzata dalla forestale con tavolini e sedie in legno per rilassanti soste e per godere di immensi panorami fino al mare. La cittadina é distesa su una collina a 662 m. di alt., ai piedi di un gruppo di monti, fra i quali spicca l’Arcibessi.

Nei pressi della cittá sono state scoperte alcune stazioni preistoriche del neolitico, dove sono stati rinvenuti scheletri e ceramiche con ornamentazioni e graffiti dell’etá dei metalli (II millennio a.C.) e l’abitato di Scornavacche, dal quale sono venuti alla luce molti reperti importanti sistemati oggi al Museo Archeologico lbleo di Ragusa. L’abitato, posto nei pressi del Dirillo, fu fondato dai greco-siracusani, come stazione carovaniera, lungo la via interna che univa Siracusa a Gela e quindi ad Agrigento e Selinunte. La caratteristica principale dell’abitato di Scornavacche é il ritrovamento frequente di piccoli forni per la cottura dell’argilla e di tutti i derivati di questa attivitá. Una di queste fornaci, completamente ricostruita, si trova al Museo Archeologico di Ragusa.

Le origini di Chiaramonte si fanno risalire alla prima metá del Vl sec. a.C. quando i greco-siracusani fondarono, nei pressi dell’attuale abitato, la cittá di Akrillai, circa settant’anni dopo Siracusa. Distrutta degli Arabi, i superstiti si rifugiarono nei pressi del monte Arcibessi e ricostruirono un nuovo centro abitato, che prese il nome di Gulfi. Gulfi non ebbe vita lunga, infatti, nel 1299 fu distrutta dagli Angioini, e la maggior parte dei suoi abitanti, fra cui donne e bambini, furono massacrati in maniera raccapricciante. Manfredi Chiaramonte, una volta che gli Angioini furono cacciati dalla Sicilia, raccolse i superstiti di Gulfi e ricostrui una città in un luogo piú alto, la cinse di mura, le costruì un castello a difesa e le mise il nome del suo casato, Chiaramonte. Dopo questi avvenimenti la cittá venne a far parte della contea di Modica, seguendone le sorti future. Anche Chiaramonte però, subì le tristi conseguenze del terremoto del 1693, che portó alla distruzione del castello e di buona parte dell’abitato. 

Da visitare nella piazza Duomo, la Chiesa Madre intitolata a S. Maria La Nova, con prospetto rinascimentale nel primo ordine e settecentesco negli altri due. Nella stessa piazza si possono visitare il museo d’arte sacra e la raccolta di cimeli militari e storici. Nella parte medievale, accanto a dove sorgeva la torre comitale, troviamo la chiesa di S. Giovanni Battista, edificata a partire dal XV secolo ma ristrutturata nella forma attuale nel secolo XVIII (interno) e XIX (prospetto). Nelle vicinanze, verso est al limitare della città, sorge chiesa e convento di S. Maria di Gesù (secolo XVII). La chiesa che trae nome da un simulacro marmoreo di tarda bottega gaginiana, custodisce alcune interessanti opere: un crocifisso ligneo opera di fra Umile da Petralia, una Pietà di scuola del Preti, il dipinto S. Francesco d’Assisi di Simone Ventura, resti degli eleganti stucchi attribuiti ai Gianforma. Resti rinascimentali si trovano nella chiesa del Salvatore e in quella di S. Filippo. Un elegante complesso architettonico è l’ex convento francescano, oggi Palazzo di città, e la ex chiesa annessa, trasformata in sala poliuso intitolata a Leonardo Sciascia. Ad esso si possono accostare gli adiacenti palazzi sette-ottocenteschi del Corso Umberto. In fondo al Corso, verso ponente, è da visitare la Villa Comunale realizzata sul finire dell’ottocento riutilizzando parte della silva del convento attiguo e parte di un polmone verde preesistente.
Nella vallata sottostante, nel sito dell’antica Gulfi, sorge il rinomato Santuario di S. Maria la Vetere, che ingloba una struttura paleocristiana, l’ampliamento medievale e la ristrutturazione settecentesca.
Al periodo medievale rimanda la porta a sesto acuto, sul lato est, che nella chiave di volta tramanda il nome del “magister” lapicida. All’ interno è di interesse il baldacchino di ascendenza berniniana, opera dello scultore chiaramontano B. Cultraro (sec. XVIII), che contiene la statua della Madonna con bambino attribuita ai carraresi Giuliano Mancino e Bartolomeo Berrettaro.
In alto sulla montagna sovrastante l’abitato, accanto ad una sorgente, troviamo la chiesetta della Madonna delle Grazie, la cui statua in marmo è opera di Cola Maldotto (sec. XVII). Tutto attorno, il nucleo più antico della pineta, impiantata a partire del 1936, ed oggi rigogliosamente esuberante.

Chiaramonte Gulfi è divenuta, da alcuni anni, famosa in tutto il mondo per la qualità dell’olio che vi si produce. L’olio extravergine di oliva DOP “Monti Iblei”, e in particolare quella sotto zona “Gulfi” che è propria del territorio di Chiaramonte, ha ricevuto negli ultimi anni i riconoscimenti nazionali ed internazionali più prestigiosi. Le caratteristiche pedo climatiche del territorio caratterizzano le varietà coltivate che il tempo e la perizia dell’uomo hanno reso così eccezionali.
Da settembre a gennaio si fa la raccolta delle olive ancora, per lo più, a mano, quindi il passaggio dell’estrazione dell’olio nei “trappiti” (frantoi), per arrivare, infine nelle tavole. Qualcuno si è spinto a dire che, l’olio italiano è riconosciuto come il miglior olio al mondo, e visto che, anno dopo anno, l’olio di Chiaramonte si conferma come il miglior olio italiano appare ovvia la deduzione che ci troviamo di fronte al top della produzione nazionale.

La terra di Chiaramonte è una terra generosa, e se abbiamo detto che l’olio è il prodotto di punto che ci rende famosi nel mondo, qui si producono anche uva da tavola e vini di altissimo pregio.
L’uva da tavola prodotta nel territorio del nostro comune rientra nel “Consorzio Uva da Tavola di Mazzarrone”, da anni insignita del marchio IGP.

Chiaramonte Gulfi può vantare un’antica tradizione nel campo gastronomico: E’ il paese in cui “si magnifica il porco”, alludendo evidentemente alla perizia nell’arte culinaria di preparazione del maiale: salsiccia, costate ripiene, salami… In questo paese degli Iblei, si mangia veramente bene.

Pranzo a scelta a Chiaramonte o a Giarratana in base alle vostre scelte.

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